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April 08 Rinuncia alle vanitates del mondoO discipule. Vago è il mondo et variopinto, ma tu, ricorda, non ti attenere mai alla sua imago. Essa è falsa e nasconde turpitudine. Nulla di ciò che significa il mondo attraverso immagine è verità. Solo Dio è verità. D’altronde, Dio si è nascosto così bene dietro all’imago del mondo che è ben grande presunzione cercarlo. Questo è compito della teologia, la quale in duemila anni poco ha ricavato nella conoscenza dell’infinito sciendum. Ma ecco ora io ti voglio annunciare un grande motivo di ricerca che è dato all’uomo, ed esso a lui donato sì che egli con le sue arti possa ben sperare di raggiungerne alti significati. Esso, discipule, è la mattonella. La mattonella è fonte di rivelazione et verità. Inspice mattunellam, discipule. Non perdere il tuo sguardo nel vacuo volgersi del mondo, ma concentrati su ciò che ne è fondamento. Non distogliere l’occhio dalla mattonella. Sempre il tieni fissato su di essa, non alzare mai il capo tradito da falsi presagi! Se qualcuno ti chiama, se il sole –malvagia opera di apparenza- ti invoca a guardare, illuminandole, le sue pur pregevoli ma fittizie opere, tu non degnarlo, perché tua è la realtà superiore. La mattonella. Keep your head off, discipule. April 02 Dio e la causalità casualeHegel propone un dio-logos ordinatore e creatore che riunisca in sé, razionalmente, le contraddizioni del mondo in un disegno unitario. Un unico dio è possibile, ed il mondo, in quanto sua emanazione, è l’unico dei mondi possibili; pertanto ogni cosa appartenente al mondo è necessaria: ogni singolo meccanismo contribuisce all’essere del logos. Se ci sono la morte e il dolore è perché ci devono essere, ed il loro significato è razionale, sia o meno compreso. Ovviamente l’uomo per entrare in armonia con il logos deve essere consapevole del suo significato (uso termini stoici nell’ambito dello spiritualismo tedesco per maggior gloria del padre Seneca). Per fare un esempio matematico: se ci sono il due e il tre, è logico, ovvio, necessario che il loro significato sia cinque. E la matematica è proprio ciò è in parallelismo più vicino con gli attributi del logos, per la sua legge di necessità intrinseca. Qui è ben dimostrata l’esistenza di dio. Un dio particolare a quanto pare, cui è necessario esistere per la sua stessa caratteristica di essere necessario. L’uso delle minuscole con cui ho trattato questo dio può essere indicatore del fatto che costui mi sconvinca un poco; sconvince anche i tre maestri del sospetto, che ne sono sospettosi. Teoria dell’antropologia rovesciata e bla bla. Essi trovano dunque che questo sia un mondo casuale. Potrebbero essercene tanti altri, io potrei in questo momento avere i capelli blu anziché verdi, Norman potrebbe essere un contadino friulano e al posto della dichiarazione dei diritti potrebbe starci un opposto canone di leggi: però va così perché sì, e niente trova ragione di questo: un atomo svolazzante nel nulla ha dato origine nel big bang a questo mondo insensato cui tocca al singolo fornire la sua spiegazione individuale. A questo punto il dio di prima non serve più; anzi, è totalmente inconciliabile con questo sistema di idee: ora siamo tutti atei. Ci troviamo nel relativismo. Ma, se mi è concesso, lo chiamerei piuttosto gnosticismo relativista: come la prima eresia del mondo, siamo convinti che con la conoscenza del sistema meccanico di funzionamento delle cose, queste vadano dove vogliamo noi. Capita la relatività dei valori, li creiamo. Tuttavia anche in questo mondo tutto sesso droga & rock n’ roll esiste la matematica, ed essendo una delle sue leggi la necessità, siamo sicuri che almeno in questa forma essa persista. Diamo questo per assodato e non parliamo ora della matematica, bensì della Resurrezione. Tanto per continuare su argomenti poco complessi (mai avuta la sufficienza in matematica). Cos’è che fa sì che quando uno afferma che Gesù è risorto il suo interlocutore gli sghignazzi in faccia nel modo più sgradevole? Ebbene, è la ragione, dirà costui. Perché è estremamente illogico ed irrazionale cher uno risorga, perché sarebbe come fare due più tre uguale quattro. Ma! Nonostante io potrei calcolare con fatica ciò che la mente di ciascuno dà come scontato sui due piedi, lasciate che io contraddica questo presupponente fanfaluco, che nella velocità dei suoi cacoli si è fatto sfuggire una imprecisione terminologica. Infatti, e dico infatti, vi è una grande differenza tra necessità immanente e ragione. La necessità immanente sta dentro alle cose e fa sì che esse debbano seguire la legge che ne è espressione. Si diceva prima che i numeri ne sono soggetti. Anzi, non parliamo di assoggettamento che poi è un casino… no, sono contenti di seguire proprio questa legge natural-razionale che vi è intrinseca. La ragione umana invece non si basa affatto su leggi che vi sono impresse ab inizio. Anzi! Come dice bene il greco, si regola sull’eikòs, cioè il verosimile: ciò che è sempre successo fino a ieri, è verosimile succederà anche oggi, ma se domani cambierà questo non è dovuto all’alterazione di nessuna legge intrinseca: semplicemtne, non avevamo mai registrato prima una simile possibilità. Tipo: se il sole sorge sempre, sorgerà ancora molto probabilmente, ma un giorno chissà potrebbe non spuntare più dalla collinetta dietro casa e allora saranno cazzi. Quindi l’acqua non bolle a cento gradi perché deve bollire a cento gradi, né perché noi abbiamo stabilito che, quando bolle, scotta cento gradi (termine tecnico): poteva fare in qualsiasi altro cavolo di modo ma in questo mondo è così perciò sui libri c’è scritto così. E non ci si sarebbe potuti arrivare con la ragione aprioristicamente, né aver individuato la convenzionalità di questa legge potrebbe permetterci di infrangerla. Ė carino notare che mooooolto mooooooolto prima della dogmatizzazione della struttura necessaria/necessitante del logos fatta nell’ottocento, la medesima idea circola già da un bel po’di tempo, attraverso secoli permeati dal cristianesimo. La convinzione che in se stesso ogni elemento porti il seme, la potenza del suo essere traducibile in un solo modo di atto necessario (e potenzialmente individuabile da chi ne conosca le determinazioni, cosa che avvalla l’onniscienza dell’unico dio) è espressa per esempio molto caratterisiticamente nella massima consolidata “nomina sunt consequentia rerum”: l’etimologia di qualsiasi nome va a significare senso e destino dell’oggetto designato. Altro che arbitrarietà del segno! Altro che Chomsky! Tuttavia, essendo ormai io del tutto scoglionata dal miodiscorso, considererò ora finiti i preamboli. Passiamo alla storia principale. Un dì, mentre aleggiavo insieme al mio cervello medesimo, mi è parso di racimolare dai concetti circostanti una considerazione nuova, e al fine di esporvela vi ho introdotto nella nube filosofica soprastante. Perdonate, ed uscitene, finalmente: la conclusione ve la esporrò pari pari come l’ho avveritita in quella circostanza in cui il pensiero è emerso spontaneo, ancora privo di rimaneggiamenti posteriori e perciò impalpabile per alcuni giorni, durante i quali era ancora sogno prima che trovassi le parole per inquadrarlo nel sistema. Eccola qui: io ho sempre sentito la necessità di Dio come spiegazione razionale dell’apparente nonsenso del mondo, una specie di resa dei conti finale, in cui finalmente la solitudine, l’Io fichtiano, la filosofia epicurea, i tumori, la cieca stupidità, i Griffin, la povertà nel mondo, la sofferenza immotivata, la musica, i ghiaccioli all’anice ed insomma tutto l’esistente si togliesse la maschera e io dicessi “AAAAAAAAHHHHHH maaaalloraèccccosìììì ora capisco tutto! Poffare com’era evidente, eppure i miei occhi erano chiusi… ora capisco tutto perché tu, o Dio, completi me rendendoti la chiave di tutto, integrando la mia vita col tutto e il tutto con te. Che figo, grazie”!
E invece… invece mi sbagliavo.
Fu nel momento in cui chiesi al proff di latino come mai Seneca è apparentemente manicheo, permettendo che la provvidenza sia ostacolata dalla bruttezza della materia, ed egli non seppe rispondere, che il mio sistema di idee si incrinò. Perché allora anche la nostra religione è manichea. Noi ammettiamo che Dio sia da sempre, e da sempre egli sia il bene. Mentre la realtà umana comporti la possibilità, ed in effetti l’esistenza, del male. Quando io morirò e chiederò a Dio come mai il male esiste, egli mi risponderà “per mostrare la Gloria di Cristo” (o almeno credo, se fossi Dio non dovrei pormi adesso questi problemi). Allora io gli dirò: “ma non poteva mostrarla facendo a meno di passare attraverso il dolore?!” D-“no, perché così ha sofferto come voi uomini soffrite, dando un senso alla vostra sofferenza” I-“ma allora non poteva non soffrire nessuno già che c’eravamo?” D-“Ricorda cosa combinarono Adamo ed Eva con il libero arbitrio.” I-“ah già. Ma perché tutto è andato così e non diversamente? Ad esempio: potevamo non avere il libero arbitrio. Poteva non esistere l’ente del libero arbitrio, né quello della necessità matematica. Poteva essere tutto stradiverso, e tu, Dio, avresti potuto essere diverso. O cattivo. Oppure non essere affatto”. D-“già. Ma è andata così: perché prendersela tanto… take it easy.” Il fatto è che Dio non è buono perché la bontà è perfezione e Dio è perfetto quindi è buono (ed esiste pure, sennò non sarebbe perfetto), e nemmeno il motivo per cui l’uomo ha peccato è per dar adito al libero arbitrio né esiste la sofferenza per fini specifici tra i quali la Gloria di Cristo, la quale escogita l’assurda idea della crocifissione per ripagare con stranissima forma il sangue dell’uomo (ripagare a chi? E perché esiste il sacrificio? E perché il fio della colpa?): tutto ciò è così per un semplice dato di fatto arbitrario, e nulla può spiegarlo per ragione aprioristica. Dio è buono perché ci è andata di culo, ed esiste il dolore perché non tutte le sfighe si potevano evitare. Ecco che si giunge dopo infiniti sproloqui ridondanti alla solita una conclusione cazzonissima, direte voi. Ma questa volta non l’ho fatto apposta. Ho la pessima sensazione di non essere riuscita a renderne l’idea. In verità essa ha una portata colossale sulla mia esistenza: io ho sempre creduto in Dio perché mi sembra assolutamente assurdo che un mondo come il nostro stia in piedi così a caso, materialisticamente: mi parrebbe più plausibile che il Doriforo di Policleto sia venuto fuori da una roccia rotolata per caso sul crinale dei monti Pentelici fino a prendere forma. Mica che c’è un big bang tipo palloncino e poi se ne viene fuori il mondo e lo spirito. Insomma, no. Quindi un dio-demiurgo ci deve stare per forza. E invece no! Pechè la stessa arbitrarietà e particolarità del demiurgo, che non si è auto-creato ma sussiste, rientra nell’assurdità di cui il mondo così variegato e contorto è permeato! Insomma, sia che dopo la morte non ci sia nulla e che l’esistenza sia come un film surrealista incomprensibile il cui nastro viene bruciato una volta finito, sia che dietro a questo film ci stia un regista che, qualunque cosa ne faccia dei suoi attori, ha architettato tutto con una follia pari e superiore (!) a quella di Lynch (il libero arbitrio? La trasustanziazione? La morte di croce? Cose assurdissime e non necessarie a priori; giammai chi le penserebbe, se non esistessero?), l’assurdo permane e non dà ragione di se stesso! Un quadro spettacolare di cui Dio non è più il tranquillo osservatore, ma fa indissolubilmente parte complicandone ancor più la comprensione! E ora pure con il dubbio che manco ci sia! Oh padre sofisticamente intellettualissimo! O solus clarissimus omnium! Divo Norman, quando potrò mai adiungere a simposio veco? Dolcissimo miele stillante dalle labbra è filosofia, se declamante incoronata di mirto, palleggiando sul tirso la coppa gonfia di vino. Ed io sono in crisi di astinenza, da alcool e da filosofia. Da anni. |
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