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July 27 on. and on. and ontrekking in infradito!! ultima notte insaccoapelata. in verità faceva stracaldo, e poi non volevo entrare nel sacco a pelo per non sporcarlo, avevo i piedi simili a quelli che si vedono di tanto in tanto sbucare da un telo di plastica di un obitorio in C.S.I. non che io veda csi, in verità. in verità li devo ancora lavare. devo fare un sacco di cose. domani mattina parto per la bosnia. in verità è la sfida più grande di questo nuovo anno in cui tutto è stato un'arrampicata, intravedendo a tratti la cima. ma con i piedi sanguinanti. ora sono più forte, e guardo oltre, in verità sento che fermarsi sarebbe precipitare. non avrò per le mani un computer per i prossimi venti giorni. vi mancherò. ma mai un'irene mancherà a voi quanto a me. straight on guys! July 12 it was a slippery slippery slippery slopeche bellina la cantante dei nightwish.. la prossima volta che vado a fare la spesa mi vesto così. appena dimetto l'abito da tom sawier.. braghe da muratore e piedi scalzi.. non vedo l'ora di postare le prossime foto, tra cui giulia filosofa con giubbino catarinfrangente; mannaggia, sto esaurendo le combinazioni, tra poco non saprò più come vestirmi. non che l'abbia mai saputo, effettivamente. per ora l'unico tratto costante sono i piedi neri e le macchie rosa di vernice, la barca sta venendo proprio bene, sembra un modellino per le barbie. cavoli il mio primo contatto con la mattel ce l'ho ora a diciannove anni. niente mattel, ufficialmente prometto che mi dò al metal. ma quello TRUE!! che fescion. aspetto mi si offra una guida istruttrice, intanto continuerò a galleggiare nella mia prima new wave. sto lottando per farmi piacere i patti smith, ma ho bisogno di incentivi. quasi quasi ci vado in bosnia, incentivatamente parlando. mi chiamarono telefonicamente sostenendo ogni illoquio esser frutto di fraintendimento ed evocando la mia presenza in seduta spiritica; l'immagine è quella dei pazienti di un centro di recupero sociale seduti attorno al tavolino misterico in stanza buia, che recitano "benvenuto, spirito. il mio nome è così e colà, vengo dal tal posto, queste sono le mie paure ed i miei propositi, e sono qui con i miei amiciamici". dopotutto se sono riuscita ad evitare un centro di recupero alcoolisti, devo considerarmi fortunata ad assistere volontariamente a simili episodi. gli scout li scampai da questo punto di vista, i missionari no. dopotutto me la cercai. mediterò se riversare in essi le prospettive esperienziali della mia estate, la meditazione dipende essenzialmente da quanto sarà convincente sara nel magnificarli e/o se nell'intanto indosserà una maglietta particolarmente scollata; e se alla fine ci vado o no a parigi perchè se si va al rock en seine mi servono irenici (non ho ancora concettualizzato se apprezzare o meno l'aggettivo) tranquillità e riposo prima del devasto alcoolico totale e delirio da radiohead, inoltre dovrò conservarmi in ottima prestanza fisica per katie sketch. ci sarà una bolgia di gente.. peggio di prato della valle dopo la vittoria dell'italia ai mondiali. ho visto la mia prima mezz'ora di partita della mia vita! altro che i metallari, al gods of metal dopo questo potrò andarci scalza e vestita da sanpei che rischio sicuramente di meno. non avrei mai immaginato un deliquio sociale di pari entità raffigurato in un tel luogo simbolo di civiltà e teocriteggiante rapporto del sapere con la natura (solitamente sede di studentelli svaccati nell'erba a studiare). orde di folla ruggente che tutto travolgeva e tutto soccombeva sotto suole e unghioni arpionanti, furia assassina nella sua forma più bestiale, uno sturm und drang da stadio. persino il mio bibliotecario di lettere e filosofia appariva trasceso dal per niente sacro furor quando da dietro comparve strizzandomi ed imprecando tracotante di gioia. oklos. agglomerato denso e confuso privo di ratio, violento e determinante, sostanza ultima di quell'unità panistica che tante religioni si preoccupano di professare individualmente, senza preoccuparsi delle sue possibili conseguenze se ciò avvenisse universalmente; decostrutturazione in un unico marasma di nero-blu-rossa pece bollente dove le infinite possibilità del singolo sono atto nel modo più brutale, cioè nella loro immediata presenza del caos, e peranto non più scelte, non più rotture nè ricongiungimenti, non più mete. addio check point se le vite sono infinite, l'eternità si dissolverebbe nella perenne compresenza dell'attimo, niente più occasioni, niente più corse. five six seven eight look at the clock it's very late.
io odio la gente.
odio la gente!! che sclero! l'identità del singolo si dissolve nella bolgia sociale. alienazione di massa. sono in un angolo e contemplo l'incomunicabilità. e l'unico modo per non farla pesare è l'alcool, esso mi dà la capacità di mostrare un minimo di falso interesse nei confronti del mondo sottostante ai vertici del mio ego, in tal modo da non discreparmi esteriormente in modo eccessivo da esso, la gente non si accorge pertanto della mia estraneità e non fornisce domande riguardo ad essa, domande stupide evidentemente, visto che presuppongono assenza di risposta. in mancanza di alcool tutto ciò è molto peggio, perchè il mio atteggiamento contemplativo induce ad interessamento eccessivo da parte dell'interdetto mondo circostante, che entra pertanto in conflitto con il medesimo, provocandone una rottura, d'altronde innescata dal meccanismo stesso. e considerando il fatto che il mio contemplativismo spesso è frutto di estasi estetica nei confronti del mondo, la rottura etica che il precedente modo d'azione comporta è tantopiù grave quanto contamianante la bellezza, forma ontologica che dovrebbe rimanere empiricamente elevata al di sopra delle meschine figure di cui si serve per raggiungere lo spirito.
eppure l'uomo è quanto di più significante io trovi nel mio vacuo razzolare per questa pozza di pece bollente in cui sono immersa. persino il sublime della natura è inferiore all'uomo, in quanto condizionato dalla sua percezione; la materia in sè è razionale, l'uomo tramite al divino, e tramite all'altro uomo. quanti luoghi siete mai giunti a contemplare da soli? niente è dovuto al caso, le vie sono costruite dall'uomo, e senza guida non si arriva da nessuna parte. guida o compagno di viaggio. persino leibniz ammise la comprensione reciproca delle monadi, e io sono molto meno razioconante e matematicizzante del suddetto. all'altro demando il significato del mio essere, e se da sola non mi comprendo, nell'altro cade il valore dei miei interrogativi, perchè credo finalmente nell'evidenza, e non vi è necessità di pensiero aprioristico ed autoindagatore. non ho mai compreso se mi piacciono le persone cui somiglio o se mi tendo all'assimilazione alle persone che mi piacciono; ciò è tautologicamente bidirezionale, con una punta di tensione al noumeno kantiano che mi porta a sintonizzare solo con le persone che sono per me stimolo alla sublimazione intellettiva; non trovo vantaggio in ciò che ho già, e per non recederne occorre andare avanti. all'eterno ritorno è preferibile l'eterna tensione assoluta, e quale è contatto più connaturato al trascendente che è in noi insito, che la manifestazione dell'eterno stesso nell'attimo, quel moment of being che disvela chiaro ed irripetibile la sua validità ontologica, il kairòs afferrato nell'intelletto?
come quando ti ho conosciuto dopo scuola per caso, e la sera dopo sei venuto a dormire da me, e da due anni non usciamo mai l'uno senza l'altro. come quella sera sul molo d'iseo guardando l'acqua e congetturando ch'era nera in quel momento non meno di quanto fosse azzurra di giorno. come quando correvo da te, sconvolta, e mi spiegavi che non ero altro che innamorata persa. o quando eravamo sul molo a desenzano, e parlavamo di leopardi; o alla rocca di manerba, e l'argomento era la fisica einsteniana. o quando mi hai detto che avevi terrore della morte, e non volevi discorsi seri. quando ascoltavamo i cranberries sul divano tutto il giorno, facendo chilometri nel niente in bicicletta la notte; quando credevo di conoscerti e davanti ad una mostra d'arte ti ho conosciuta di nuovo, quando c'era il tuo ragazzo nell'altra stanza e ti ho baciata contro il muro che da lui ci separava. quando a colonia ho conosciuto una ragazza che era stata nella classe in parte alla mia per cinque anni, e sola mi ha detto di credere ancora. quando andavamo in discoteca fino alle quattro di notte e fino alle otto filosofeggiavamo aspettando l'alba. quando eri a casa ad aspettare che io tornassi dall'alba sul lago, e non tornavo mai. quando aspettavamo l'alba nel bosco, e tra l'alcool e le tue labbra salate era l'alba che non arrivava mai. quando studiavamo insieme fino alla nausea, e siamo uscite dalla maturità con lo stesso voto.
we think the same things at the same time
we just can't do anything about it
there are so much of us so you can't count
[thom yorke, harrowdown hill]
so much? a me sembrano così pochi. e sono tanto saldi ed evidenti nell'attimo quanto evanescenti nel ricordo, effimeri come un giorno passato nel rimpianto. sì, forse c'è qualcosa di più valido del kairòs afferrato nell'intelletto. è quello afferrato con le mani e con i denti, che si spaccano sulle parole non dette. dovrei parlare? non capiresti. eppure è così evidente. July 06 scoppio RITARDATO.ascolto the eraser ininterrottamente da una settimana. esso assurge alle mie orecchie ad alta superiorità al di sopra di ogni altra impressione musicale, poichè mi salvò la vita. mi preservò infatti da una crisi di nervi grado ottavo scala PerCalli, dalle possibili conseguenze di spargimento di sangue –solitamente, il mio. ero già abbastanza isterica quando si verificò l’accaduto, ma non potei catartizzare questo sentimento esponendolo sul blog, perché marco era a casa sua a pontedilegno, dove tra le valli camune si trova in possesso di internet. risedendo egli in quest’istante a brescia, ove non ha computer, posso parlarne come mi pare e mi piace, senza tema di un allarme rosso istantaneo di intrufolamento-lettura mentale da parte sua. essendo la causa del mio primo isterismo, sarebbe stato per lui troppo semplice leggere attraverso la mia anima mediante lo strumento virtuale e riparare ai torti nei mediati modi da esso indotti. mi limitai a sbattergli il telefono in faccia, posponendo la chiarificazione ad un suo sforzo intellettuale maggiore (di già settimana scorsa notando il mio denso cipiglio lo attraversò leggendo l’ultimo post. d’ora in poi, quando scrivo di eventi e persone reali, mi premunirò ch’essi non intendano). ma oramai il diverbio col commilitone bazzi è stato chiarito, e non vale la pena altro che di farne qui quest’erudita citazione di sfuggita, alla maniera alessandrina. veniamo dunque al secondo –e ben più grave- punto di rottura dell’equilibrio del mondo naturale, che collassò ai miei piedi, SUI miei piedi, facendomi balzare infiammata, saettante il braccio la spada tese. la ritrasse non appena sguainata, infiggendomela rossa nelle carni brucianti, d’altronde ero in una situazione di chiara inferiorità, e, considerato che mi ci ero cacciata da sola, e pure di gran cocciutaggine, ciò era da considerarsi atto doveroso. La tracotanza dell’eroe viene punita dalla nemesis eschilea; una grave intromissione questa, poiché io rimanevo nella convinzione di interpretare un dramma sofocleo. ma un truculento suicidio alla maniera di aiace risolve tutto. in questo modo mi autopunirò beffardamente del mio errore di poca valutazione. fustigami, me vendicatrice di me ingenua. poco accortamente progettavo il mio piano di fuga dai confini della limitata contingenza. cieco, nuovo entusiasmo. cambiare con le mie stesse mani? ciò era già previsto dal canale del destino, limaccioso canale di scarico che procede sempre lungo la medesima tubatura, finchè qualcuno non lo forerà dall’esterno. mi beavo della volontà di raggiungere l’atto: ma la potenza rimane la medesima, ed è la mia sostanza individuale. tutto, tutto è stasi, estraniazione, basita constatazione del fallimento. l’altro rimane tale, e la rottura è operata solo sul piano dei miei coglioni. non trovo una maschera sociale abbastanza leggera: eppure, senza maschera, non sono niente. ma suvvia, lasciamo il parlar figurato. tirando le somme di lontano, nell’ambito delle mie rilevazioni sociali seguenti a impegnata analisi osservativa, dopo un anno di [semi]frequentazione, posso dire che nonostante i miei inveterati pregiudizi anche certuni classicisti sono persone normali. una constatazione tanto inaspettata quanto salvifica. e anche certe lesbiche, la seconda categoria dopo i quali ritenevo di non poter mai e poi mai avvicinare se non per rapporti utilitaristici, in entrambi i casi. ebbene, a considerazione successiva, i missionari laici non sono persone normali. le due considerazioni precedenti, e altre simili, unite al mio noto amore panistico per l’essere, di livello eccessivamente spirituale, e ad un ragionamento fortemente generalizzato, indotto in me ormai senza rimedio da anni e anni di studio filosofico, mi hanno portato a distanziarmi dalla valutazione in primis delle evidenze più banali: ad esempio, il loro aspetto fisico –ed io che credevo di essere giunta ad un livello eccessivo di feuerbachianesimo! insomma, se sono tutti dei cessi forse ciò è indice di una diversità quantomeno destabilizzante nei confronti della società. essi sono tendenzialmente patenti una sorta di menomazione fisica che li rende meno atti alla vita stessa cui vanno appellandosi: cessoracchitudine, obesità, sciatteria, antipatia, moralismo pedante, camionistaggio, infantilismo e sfigamento supremo. queste verità apparenti, tanto palesi quanto rifiutate dal mio occhio, non trovano in me giustificazione d’ignoranza, in quanto trasparivano ancor più evidenti dal velo di maya che su di esse calava, sotto forma di magliette per grassoni dalle connotative scritte “genio al lavoro” o “no job-no girl-no work? no problem!” con cui il dio mistificatore fasciava prepotentemente il grasso in strabordio della creatura sottostante. COSACAZZO mi è saltato in mente di inserirmi in un gruppo di esaltati COMUNISTI perbenisti missionari LAICI!!!!!! in conformità al mio retoricheggiamento per opposti, ho inteso in questo modo di intraprendere una lotta verso la mia inadeguatezza nei confronti dell’agglomerato sociale, proprio nel luogo ove esso assurge a sostanza ultima dell’essere, e nel modo più impersonale e sgradito possibile, cioè anche ove il singolo appare inconsistente e fastidioso. con ciò i risultati della terapia-shock potevano darsi ad esiti opposti: 1)permutare il mio animo con un carattere ad esso opposto, dato da un lavaggio del cervello per effetto di privazione di cibo, affetto, intellettualismo ed alcolici; 2)ingenerare in me odio supremo, tale da sublimarsi nel suo annullamento una volta abbandonati i luoghi ad esso preposti, e tornare a vedere la patria illuminata di luce pura, felicemente operante il mio ruolo di cittadina nella pòlis [poetica, aristotele. più o meno.]. ora invece l’illuminato programma aristotelico rischia di andare a puttane, manifestatasi questa mia menomazione e trasparita la mia indignazione agli occhi dei missionari, essi esitano ad accogliermi tra le loro file! non accettano di nutrire codesto verme in seno, per paura possa tramutarsi in vipera! non sanno che morderei solo me stessa! ah, una morte molto più dolorosa li attenderebbe, soffocati intra le mie spire. rifiutata dalla società stessa che rifiuto! dichiarata INADATTA dai disadattati! no, non riuscirò mai a piegarmi per giungere a simile stadio regresso dell’umanità. per una sera ho anche potuto recitare il mimo teocriteo del personaggio umile ed illetterato, privo di interrogazione filosofica, mescolato alla terra da cui nacque ed in cui si rotola. osservai me stessa partecipe di un gioco sociale che non riconosco. ma mai e poi mai potrò recitare chiudendo gli occhi, fidandomi dell’illusione del proscenio, sentendo le parole provenire da me e non dal testo scritto. avverto la percezione di me stessa soltanto in negativo, ed in questo vedo tutto il contrario di ciò ch’io sono. ristabilirei appieno la mia coscienza turbata solo mettendomi a gridare FANCULIZZATI alla millesima potenza per tre ore di seguito in faccia all’emerito organizzatore/pagliaccio socciarelli. cosa che ho tutta l’intenzione di fare, ma attenderò il domani. tenterò di persuadere della meditatività della mia scelta la compagna probosniaca sara, perché non sia mai che la prenda per vigliaccheria: alle volte costa molto di più accettare la costatazione dell’invalicabilità del muro, e magari pensare che se il muro c’è, significa che la strada non deve procedere da quella parte. so già che sara mi farà incazzare parecchio, e tengo un minimo di quest’ira affabulatoria per la serata ventura, in cui tuttavia sarà sostenuta da congrua percentuale di alcoolame nel mio sangue altrimenti blu, ed eternamente sgorgante. ella è adolescente, e pertanto ribelle, disprezzerà ogni titolo di rinuncia, tacciandola di bassezza morale. si avvarrà di forze superiori alle mie, il suo occhio brillerà di esse, e ne proverò vergogna e nuova volontà di combattere. ma non è l’orgoglio che mi spinge a simili situazioni. è piuttosto invidia, gelosia della fiamma accesa dell’intenzione.
cos'è rimasto in fondo agli occhi tuoi
la fiamma è spenta o è accesa?
[lucio battisti, la canzone del sole] July 04 esperimento di bioetica.è ufficiale che il rilevatore antifurto della biblioteca NON SUONA se il cartellino metallico si trova all'interno di un organismo vivente. da qui due deduzioni fondamentali.
1)l'essere umano ha proprietà fisiologiche eticamente più valide di quelle della calamita, in quanto su di essa prevale. 2)la tattica ideale per rubare i libri è ingoarli. in verità avrei voluto scrivere due pagine per ricacciarmi in gola le parole dell'intervento precedente, ma non ne ho trovata la forza. quindi mi sono cacciata in gola il codice a barre del mio libro.
oh, come mi state tutti sulle palle!! [inquietudine esistenziale dovuta a rimarcatezza del mio essere asociale e all'incipiente esame crastino. programma di stasera, dialettologia greca. andrò a masticare del metallo]. |
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